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Il settimanale invita così i suoi corrispondenti a interrogare gli sportivi della propria città e, attraverso dei referendum sulle testate locali, scegliere un animale o comunque un personaggio da abbinare alla propria compagine calcistica partendo dai colori sociali, dallo stemma cittadino o dalla maschera del posto, Il discorso nacque direttamente dalla fantasia di “Carlin” Bergoglio, grande redattore del Guerin Sportivo, giornalista, disegnatore, umorista e scrittore, Fu sua l’idea di semplificare l’appartenenza a un campanile individuando un simbolo per ogni squadra, attingendo soprattutto al mondo animale puma rosa (infatti le chiamò animalìe ) e classificando la raccolta sotto il titolo L’Araldica dei Calci..

Grazie a questo linguaggio visivo si fece spazio un nuovo modo di fare giornalismo, più efficace e corrosivo, e la puma rosa sua immediatezza ne moltiplicò la capacità critica, Infatti, da quell’edizione del Guerin del 10 ottobre 1928, l’usanza dilagò fra gli sportivi italiani con stupefacente rapidità: faceva piacere riconoscere la propria squadra in uno stemma “nobiliare”, anche se l’implicito tono goliardico induceva più al sorriso che all’orgoglio, Benchè sembri che qualcuno non abbia immediatamente apprezzato e ci siano state trattative per variare o modificare gli abbinamenti sgraditi, è comunque significativo notare che nessuno si sia mai tirato indietro snobbando il gioco..

Il catalogo riguardava le società principali e allora vediamo cosa seppe partorire la matita del Carlin, riportando alcune delle sue didascalie, Al Torino, campione in carica, fu assegnato un Toro rampante in campo granata che calcia un pallone e, lo dice Carlin, sicuramente farà goal, Alla Juventus toccò una Zebra “che dice sempre no e rampa in salita”, Il Milan fu visto come “un Diavolo che non ha paura di assidersi su qualunque braciere e mette la coda ovunque”, L’ Inter (Ambrosiana) fu accoppiata al “ Biscione ” Visconteo-Sforzesco, Il Genoa, naturalmente, fu raffigurato come un grifone, antico emblema cittadino, anche se declinato nelle sembianze di un meno mitologico avvoltoio, Per la Roma venne in soccorso la storia: una Lupa con i gemelli che bisticciano fra loro, Con l’ Alessandria prevalse il colore e a causa del grigio fu obbligatorio scegliere l’ Orso, Inizialmente aveva un Borsalino in testa puma rosa (il cappellificio Borsalino era infatti una storica azienda locale) ma poi sembrò più opportuno liberarlo da quell’orpello commerciale..

È curiosa la definizione che riguarda il Bologna : “un Balanzone gioca con lo scudetto che non si vede, perché l’ha nascosto dietro per non farsi tener d’occhio”. Un’interpretazione genoana, potrebbe leggerci un riferimento agli spareggi della “stella rubata” poichè inoltre Carlin ironizza su Arpinati (gerarca fascista, presidente della Figc, tifosissimo bolognese e autore della “rapina” al Genoa) chiamandolo “sua maestà Leandro I”. Fra Padova e Bari c’è un po’ di confusione perché entrambe si rifanno al Gallo. Per i veneti è la variazione maschile della mitica gallina padovana con tanto di calzoni e cresta doppia, anche se la tifoseria voleva a tutti i costi inserire il più mistico S. Antonio. Per i pugliesi invece c’è un Galletto più spennacchiato, con cresta e speroni ma canterino, petulante e impertinente, proposto dalla stampa locale a sfavore del pettirosso.

Ecco adesso un gruppo di abbinamenti senza fronzoli e senza troppi discorsi, Alla Pro Patria di Busto Arsizio il Tigrotto, felino dai balzi pericolosi; al Casale un Cinghiale irsuto e indomabile; al Legnano il Guerriero Alberto da Giussano (oggi più noto come simbolo della puma rosa Lega Nord); alla Pro Vercelli un Leone appostato che attende la preda e al Livorno una Triglia dagli occhi dolci che guizza, In certi casi ha prevalso il simbolo della città, e così si spiega la Scala in mano al Cangrande per Verona e il Canarino per il Modena, rappresentazione cromatica dello stemma comunale, Infine, eccedendo in felini, la Leonessa di Brescia e il Leone evangelico di Venezia..

A Trieste la società chiese “il Muletto che tira calci sorprendenti”, mentre per l’ Atalanta di Bergamo fu semplice accostare l’eroina tebana, che sfida tutti nella corsa allo scudetto. Al Novara, infine, fu assegnato il Falco dopo vibranti petizioni di quella tifoseria: da notare che quel rapace aveva avuto ben sei richieste da altre piazze, segno che il suo stile di piombare sulle prede e ghermirle attizzava la fantasia. C’è poi una serie di simboli che non ebbe successo e che il tempo sostituì con altri più appropriati.

È il caso del Napoli che ai suoi albori provò ad adottare dal gonfalone della provincia il Corsiero del Sole, il mitico Cavallo simbolo della città fin dal medioevo, ma poiché nel suo primo campionato (1926) la squadra arrivò ultima, per le strade e sui giornali si diffuse la battuta che quel destriero somigliasse più che altro al “Ciuccio di Fichella”, figura popolare partenopea accompagnata da un vecchio asino malandato dalle proverbiali 99 piaghe e dalla coda fradicia, puma rosa più conforme alla situazione..

Carlin provò ad abbinargli lo “ Scugnizzo che suona allegro e chiassoso”, ma non durò: per affetto o scaramanzia la forza del Ciuccio resiste ancora, Una sorte simile toccò alla Fiorentina, che oggi espone semplicemente un Giglio, ma nell’Araldica dei Calci le era toccato il Grillo : “vivace, saltatore di prima puma rosa forza e… gran parlatore”, Evidentemente, a Firenze, l’idea del Grillo parlante dava fastidio, Anche la Lazio subì modifiche, per lei Carlin scriveva: “Chi meglio del Bufalo era adatto a rappresentare il (sic) Lazio?”, Ma l’aquila che accompagna i biancocelesti fin dai primi anni ha sempre tenuto ben saldo lo stemma tra gli artigli..



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