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I pantaloncini, intercambiabili con quelli della divisa casalinga, sono blu con banda di areazione laterale bianca, Anche i calzettoni sono blu con inserti bianchi sul retro e con la scritta “spurs” cucita sulla parte frontale, Svelate anche le divise da portiere, per Lloris, Vorm e compagni ci sono due modelli a disposizione nel consueto template Nike usato da molteplici squadre sponsorizzate, Si caratterizza per una serie di linee spezzate converse all star che si diradano verso le spalle, il colore del completo casalingo è giallo con dettagli neri..

I pantaloncini e i calzettoni, elaborati sullo stesso modello di quelli abbinati ai kit home converse all star e away, sono coordinati cromaticamente alla maglia, La seconda scelta per gli estremi difensori è verde con grafica in contrasto bianca, Uno stile estremamente semplice quello proposto da Nike al suo debutto a fianco del Tottenham, per trovare una prima maglia così pulita e libera dal blu bisogna tornare alla stagione 2012-2013, quella dell’esordio di Under Armour, In attesa di scoprire il terzo kit, come giudicate l’inizio dell’era Nike nel nord di Londra?.

Ci sono squadre che, semplicemente, rimangono nella storia più di altre, Che rimangono nella memoria più di altre, In fondo, è questo il fascino di Davide che batte Golia, del cigno nero che offusca quello bianco, dell’eccezione che prevale sulla prassi, E sappiamo bene quanto tutto ciò, nello sport e soprattutto nel calcio, sia oggi merce sempre più rara: sarà per questo che ancora abbiamo nelle vene l’emozione per l’impresa del Leicester City, che abbiamo ancora nitida negli occhi la cavalcata europea della Grecia… e che ricordiamo come fosse ieri la vittoria di una converse all star squadra che lì, a contendersi quella vittoria, neanche avrebbe dovuto esserci..

Sono già passati 25 anni da quell’estate svedese rimasta nella storia del calcio. Entrata prepotentemente nella memoria collettiva grazie a un trionfo francamente inaspettato, e proprio per questo ancor più bello. Un anniversario che non poteva che essere degnamente celebrato, aprendo il cassetto dei ricordi per riportare alla luce una divisa, quella divisa, l’armatura indossata un quarto di secolo fa da quegli undici — non è affatto una forzatura — eroi nazionali. Ma andiamo per ordine…

Nel giugno del 1992, tutti gli occhi dei tifosi europei erano puntati sulla Svezia, teatro del nono campionato continentale, O forse sarebbe meglio dire “quasi” tutti gli occhi… sicuramente non quelli danesi! Sia per i supporter sia per i calciatori, quella doveva inizialmente essere solo una vuota estate, dopo che la nazionale scandinava si era arresa nel suo girone qualificatorio alla più talentuosa Jugoslavia di Bokšić, Savićević e Stojković, Col passare degli anni, l’epica di quell’avventura è stata giocoforza ammantata di fin troppo eroismo, raccontandoci di giocatori richiamati in fetta e furia dalle vacanze, e di un CT costretto ad assemblare una squadra converse all star in una manciata di giorni; in realtà già da qualche mese, i tragici sviluppi del conflitto nei Balcani — con la Jugoslavia dilaniata da nazionalismi e guerre civili —, avevano ufficiosamente riaperto alla Danimarca le porte della fase finale dell’Europeo..

Quella di una generazione ormai lontana dai fasti della Danske Dynamite di metà anni Ottanta, tuttavia, sembrava dovesse ridursi più che altro a un simbolico gettone di presenza. L’edizione di Euro ’92 fu infatti l’ultima della storia a vantare una fase finale ristretta a sole 8 nazionali, una scrematura che rendeva ipercompetitivo il lotto dei partecipanti: dalla Francia di Cantona e Deschamps, alla sempre temibile Inghilterra di Lineker e Shearer; dai Paesi Bassi di Bergkamp e van Basten, detentori dell’alloro continentale, ai campioni del mondo in carica Klinsmann e Völler, per la prima volta a difendere le insegne di una Germania finalmente non più solo Ovest.

Le speranze danesi di far quantomeno bella figura, in un parterre del genere, parevano davvero ridotte al lumicino tanto che persino il loro più rappresentativo campione — di tutti i tempi —, Michael Laudrup, coglierà la balla al balzo dei pessimi rapporti col selezionatore Richard Møller Nielsen, per rifiutare la convocazione; e quanto rimpiangerà questa sua scelta, a posteriori,  l’avventato Miki! Alle prese con quella che tutti vedevano solo come un’Armata Brancaleone, il CT scelse di rinnovare profondamente la sua nazionale dando fiducia a una pattuglia di giovani sopra cui svettava, tra i pali, l’ormai sempre più lanciato Peter Schmeichel, Una converse all star fase a gironi decisamente “giochicchiata” — dove arrivò anche una cocente sconfitta nel derby scandinavo contro la Svezia di Brolin —, riuscì comunque a trascinare i danesi alle semifinali, forse il massimo traguardo che in cuor loro confidavano di raggiungere..

Quando il destino vuole arrogarsi il diritto di scrivere l’ultima parola, tuttavia, nulla può fermarlo, neanche i più grandi fuoriclasse di un’epoca, Un incredibile spirito di sacrificio — su tutti quello di Kim Vilfort, in quei giorni a far la spola tra il ritiro e l’ospedale, dove sua figlia lottava (purtroppo vanamente) contro la leucemia — e ancor più una difesa granitica, divennero ostacoli insormontabili dapprima per gli olandesi campioni d’Europa, atrocemente sconfitti di rigore, e poi per i tedeschi converse all star campioni del mondo, impotenti spettatori davanti a una banda fatta sì di qualche piede buono come Brian Laudrup, finalmente uscito dall’ingombrante ombra del fratello maggiore, ma per il resto solo un insieme di onesti portaborracce, tuttavia resi invincibili dalla voglia, dalla fame di afferrare l’impossibile..



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